domenica 30 maggio 2010

Hanno la faccia come il culo/9

I doppi e tripli stipendisti a carico dello Stato sono uno scandalo che non può più continuare.

Il MoVimento 5 Stelle chiede le dimissioni di Roberto Rosso, deputato nella Capitale e assessore alla Regione Piemonte. Il Rosso (nativo di Casale Monferrato) era assente per la sua salute cagionevole durante la discussione della Finanziaria della Regione Piemonte. Per curarsi si era recato a Roma a votare alla Camera dei deputati. Il minimo che si possa chiedergli sono le dimissioni.

Rosso non è l'unico, ci sono centinaia di persone che depredano i soldi della comunità ricoprendo più incarichi. Verificherò con gli avvocati se ci sono gli estremi per una denuncia contro Roberto Rosso per false dichiarazioni.


Il blog pubblicherà, con il vostro aiuto, l'elenco dei pluristipendisti. Gente che mi fa venire il vomito. Gli stipendi degli statali, di media di poco superiori ai mille euro al mese, sono bloccati da Tremorti per tre anni mentre lui e i suoi sodali pasteggiano a caviale e champagne, per quanto ancora? La campanella sta suonando la fine della ricreazione.

(Beppe Grillo)

venerdì 21 maggio 2010

I Rom non sono dei fannulloni

Non si può negare che i membri dei gruppi Romanì abbiano maggiore difficoltà nell'accedere a un lavoro regolare. Questo però è dovuto a diversi fattori: il basso tasso di scolarizzazione e formazione professionale, la mancanza di stabilità abitativa che permetta di stabilire relazioni contrattuali coi datori di lavoro e la discriminazione, che in alcuni casi costringe a nascondere la propria appartenenza etnica, pena la negazione o la rescissione del rapporto di lavoro.

È anche noto che i Romanì che vivono nei campi nomadi hanno spesso impieghi informali nell'edilizia, in imprese di pulizia o si dedicano all'assistenza domestica e alla raccolta di materiali di scarto, quando addirittura non abbiano costituito cooperative di lavoro nei settori della sartoria, degli sgomberi di cantine, nel giardinaggio, nei servizi.

Tra le soluzioni lavorative dei membri delle comunità Romanì ci sono, per esempio, il Laboratorio di Cucito di Rho, la Cooperativa Artezian di Bari, il Laboratorio Manifatture Donne Rom e la Cooperativa Baxtalo-Drom di Roma, la Pistoia Radìa di Pistoia e la Cooperativa Laci Buti di Milano.

mercoledì 19 maggio 2010

★ Prima Situazione Spinosa - La cena

- Resti a cena?
- Oddio, non lo so...
- Se ti va resta, non c'è problema.
- Si dai!
- Va bene, resto.

E così resto a cena.
Ma non spiccico una parola, parlo solo se interrogato, a monisillabi, a bassa voce.
Se posso faccio cadere i discorsi.

(cazzo, questo è l'unico posto in cui mi metto a guardare la televisione)

Cerco di riparare sparecchiando la tavola, ma so bene che per espiare le mie colpe dovrei lavare i piatti per sei mesi. E comunque mi infastidisco, mi innervosisco, mi indispongo.
Quando non ne posso proprio più, saluto, ringrazio e me ne vado. E mi chiedo cosa diavolo sono rimasto a fare.

lunedì 17 maggio 2010

I Rom non sono una comunità chiusa

L'esperienza di organizzazioni che assistono le comunità Romanì non sembra confermare il timore che queste non permettano a nessuno di interagire con loro. Un chiaro esempio è quello dimostrato dall'associazione Popica che opera con le comunità Rom di Roma.

L'associazione ha dimostrato quanto la comunità Rom sia disposta ad integrarsi e interagire con le realtà sociali presenti nel territorio. La diffidenza, il distacco, la non integrazione indubbiamente esistono, ma potrebbe essere affrettato sostenere che le comunità romanì respingano ogni interazione.

Probabilmente sono gli atteggiamenti di entrambe le parti a portare a ciò ed è quindi probabile una corresponsabilità. Ma d'altro canto, poiché da una parte si trova uno Stato e dall'altra una piccola minoranza etnica, è compito proprio dello Stato creare le condizioni perché la minoranza si senta parte integrante della comunità, pur nel rispetto delle sue peculiarità.

Difficilmente chi è respinto ed isolato non sentirà avversione nei confronti di chi lo considera un estraneo, se non un nemico. La convivenza è un dato di fatto ineludibile, ed è quindi opportuno, oltre che umano, che ogni parte si adoperi perché sia la migliore possibile, a cominciare dalla parte che dovrebbe considerare ciò un principio basilare.

martedì 11 maggio 2010

★ Io e te siamo irriducibili

In matematica, una frazione irriducibile (o ai minimi termini) è una frazione in cui numeratore e denominatore non hanno divisori comuni.

domenica 9 maggio 2010

★ Prima Seconda - Sincerità

- Non venire.
- No, non vengo.
- Se vieni t'ammazzo!
- Ti ho detto che non vengo.
- Dimmelo se ti stimolo troppo, altrimenti smetto di muovermi.
- Stai tranquilla...
- Bravo, non venire, sennò m'attacco al cazzo come prima.
- ...

venerdì 7 maggio 2010

Lotto per mille

Riprendo l'idea di Mario Staderini pubblicata sul Blog di Metilparaben: richiedere formalmente al Ministro Tremonti come intende impiegare i soldi ricavati dall'assegnazione allo Stato dell'otto per mille.

Questo è il testo dell'email da inviare a Giulio Tremonti (tremonti_g@camera.it):

Oggetto:
Tremonti, quest'anno ce lo dica prima!

Testo:

Signor Ministro,

in vista della scelta di destinazione dell'otto per mille irpef, le chiedo di farmi sapere come lo Stato intende spendere i fondi riservati alla quota statale, e in particolare:

  • se anche quest'anno 80 milioni del fondo statale saranno sottratti ai loro scopi originari;
  • quale sarà la ripartizione tra le quattro diverse finalità previste dalla legge, ed in particolare quali quote si prevedono per il terremoto in Abruzzo, la fame nel mondo e l'assistenza ai rifugiati;
  • se tra gli interventi per il restauro dei beni culturali saranno esclusi quelli relativi a immobili ecclesiastici, già finanziati con il miliardo di euro annualmente versato alla Conferenza Episcopale Italiana (CEI).

In attesa di un suo riscontro la saluto distintamente.

mercoledì 5 maggio 2010

La Sindone è un falso

La Sindone esposta in questi giorni a Torino è un falso. O meglio, è un vero telo di lino di produzione medioevale, ed è vero – al di là di ogni ragionevole dubbio – che non ha nulla, ma proprio nulla a che fare con il corpo di un profeta ebraico itinerante in Galilea ai tempi dell'imperatore Tiberio, morto per crocefissione a Gerusalemme sotto l'imputazione di lesa maestà all'Impero Romano.

In questo volume esponiamo una raccolta sommaria, ma già così inoppugnabile, delle prove storiche e scientifiche che escludono la possibilità contraria. Ciascuna di queste prove sarebbe sufficiente anche presa da sola, e tale sarebbe considerata da tutti se si trattasse di un qualsiasi altro reperto archeologico. Poiché però si tratta di un oggetto di culto, si continua pervicacemente a negare la validità conclusiva perfino della sinergia inaggirabile di tutte queste prove messe assieme.
Eppure, basterebbe confrontare quanto sappiamo dalla lettura critica dei vangeli sulla sepoltura di Gesù, per escludere che la Sindone di Torino abbia qualcosa a che fare con il suo corpo. Basterebbe confrontare quanto ricaviamo dalle sepolture ebraiche di quell’epoca per giungere ad analoga esclusione.

Basterebbe prendere atto che quando in epoca medioevale la Sindone compare per la prima volta, il primo vescovo che se ne occupa la presenta esplicitamente e tassativamente come un artefatto di un artista dell'epoca (dando perfino ad intendere che sia noto il «chi»). Basterebbe prendere atto che l'analisi del tessuto, delle fibre, della lavorazione, esclude che il telo sia collocabile per la sua produzione nella Palestina dell'occupazione romana, e affermi che le sue caratteristiche coincidono invece con i manufatti medioevali.

Basterebbe prendere atto che l'impronta di un volto umano avvolto in un lenzuolo, una volta che il lenzuolo venga steso, ha una larghezza pressoché doppia di quella della Sindone – è il noto effetto della maschera di Agamennone, che ciascuno può riprodurre con se stesso – e che lo stesso effetto di «dilatazione» dell'immagine, benché in misura minore, dovrebbe aversi anche per il resto del corpo.

Basterebbe riconoscere che i rivoli di sangue (presunto) avrebbero dovuto colare in direzioni completamente diverse, e del tutto diversi dovrebbero essere i segni (presunti) della flagellazione. Basterebbe prendere atto che la prova regina per ogni datazione di reperto archeologico, quella del carbonio 14, affidata dalla curia di Torino a tre laboratori internazionali di sua scelta, ha dato unanime e inequivocabile risultato: epoca medioevale, tra metà del Duecento e metà del Trecento.

Basterebbe prendere atto che tutti i tentativi per rimettere in discussione questi risultati, scoprendo pollini o monete ad hoc, sono stati tutti ridicolizzati da riscontri critici attenti e circostanziati (che il lettore paziente potrà trovare in questo volume). Basterebbe non dimenticare che la fede non dovrebbe aver bisogno di reliquie, come non smise mai di sottolineare la Riforma, che stigmatizzava il carattere feticistico e superstizioso di questa come di tante altre «devozioni popolari».

Basterebbe infine ricordare che fu il cardinal Ballestrero, arcivescovo di Torino, a riconoscere che l'esame al carbonio 14 segnava la parola fine ad ogni disputa e doveva essere accettata da tutti i credenti. Ma tutte queste evidenze, ciascuna delle quali già da sé risolutiva, non serviranno a nulla.

Chi oggi vive nell'Italia di Berlusconi e Ratzinger non vive in un paese dell'Europa moderna, tale perché ha metabolizzato tre secoli successivi all'Illuminismo, ma in un luogo geostoricamente oscuro e indefinibile, dove l'unica cosa certa è che il modello di razionalità e di scienza, quando va bene, è un'incredibile trasmissione di superstizioni chiamata Voyager, mentre l'accertamento dei fatti, lo spirito critico, l'uso della logica, sono additati urbi et orbi come il nemico e il male da cui libera nos. Amen.


(Paolo Flores D'Arcais, MicroMega)

lunedì 3 maggio 2010

I Rom non vogliono vivere nei campi

I Romanì sono considerati nomadi nonostante la stanzialità sia ormai attestata come scelta maggioritaria, in alcuni casi già dal '400. Anche in Italia la maggior parte di loro vorrebbe radicarsi in un territorio in conseguenza del venire meno, nell'economia contemporanea, del "prestigio sociale" delle attività professionali connesse alla loro secolare storia nomade (giostrai, venditori di cavalli, arrotini, circensi, etc.).

La definizione "nomade" contiene di per sé un elemento discriminatorio ed escludente in quanto tratta le persone di cultura Romanì, che risiedono permanentemente sul territorio, come nomadi. Il termine costituisce un nesso inscindibile con la discriminazione che subisce la popolazione Romanì ed è utilizzata spesso anche da parte governativa.

Il nomadismo è stato utilizzato dal legislatore in Italia per escludere le minoranze linguistiche, in particolare le comunità parlanti la lingua romanì, dai benefici della legge n. 482 del 1999 sulle "Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche" che prevede l'uso della lingua della minoranza per lo svolgimento delle attività educative.

La
ECRI, nei suoi "rapporti sull'Italia", ha invitato diverse volte ad abbandonare, nelle "politiche a riguardo di Rom e Sinti", il "falso presupposto che i membri di tali gruppi siano nomadi", in base ai quali è attuata "una politica di segregazione dal resto della società" con l'istallazione di "campi nomadi", concepiti in base al principio della presenza temporanea dei Rom, in molti casi senza accesso ai servizi più basilari, favorendo la de-responsabilizzazione delle amministrazioni locali dal dover fornire servizi scolastici e sociali finalizzati all'integrazione.

sabato 1 maggio 2010

Primo Maggio

Passano lenti. Un lampeggiar febbrile
arde a ciascun il ciglio.
Passan solenni e da le dense file
non si leva un bisbiglio.

Toccandosi le mani ognun di loro
cerca il vicin chi sia.
Se i calli suoi non vi segnò il lavoro,
quella è una man di spia.

Sotto l'aspra fatica e il reo destino
molti già son caduti,
molti il carcer ne tiene od il confino,
e pur sono cresciuti.

Striscia il gran serpe de la folla oscura
dei ricchi su le porte.
Dentro, ne lo stupor de la paura,
si ragiona di morte.

(Olindo Guerrini, 1845-1916)

giovedì 29 aprile 2010

★ Prima Stagione - La casa

L'inverno era davvero duro in quella casa, a volte gli sembrava letteralmente impossibile scaldarla. Per non parlare dell'umidità proveniente dal giardino che attraversava le pareti come fosse un fantasma. Ma con l'arrivo della primavera cambiava tutto, pareva di vivere in un altro posto, in un piccolo paradiso. Il caldo afoso rimaneva sempre fuori dalla porta e la luce del sole illuminava i mobili, la siepe e il cortile propagandosi fin dentro al suo cuore. Erano proprio quelli i giorni in cui più spesso si sentiva felice e riscopriva l'interesse per le cose della vita, trovando l'entusiasmo per gettarsi nel mondo.
Anche lui sbocciava, come fosse un fiore.

martedì 27 aprile 2010

I Rom stanno a casa loro

Secondo i dati della European Roma Rights Centre, i Romanì presenti oggi in Italia sono circa 140.000 o poco più. Di questi oltre 70.000 hanno la nazionalità italiana perché appartenenti a famiglie giunte in Italia dal XV secolo. Dei restanti, si contano almeno 30.000 rumeni presenti in Italia da tempo (dagli anni 60), e circa 40.000 giunti in Italia a metà degli anni 90 in seguito alla guerra Jugoslava.
Per i 70.000 italiani non si può quindi parlare di "ritorno a casa loro" perché si trovano già nel loro paese in cui semplicemente rappresentano una piccola minoranza etnica. Di questi molti svolgono regolari attività, pagano le tasse e sono insediati nella società italiana. Un esempio è costituito dai circensi e dai giostrai, in larga misura Sinti, e quindi Romanì.

Per quanto riguarda gli altri, si tratta di migranti, molti dei quali da tempo insediati in Italia, che hanno rotto ogni legame con i luoghi d'origine ai quali probabilmente sarebbe per loro estremamente difficoltoso tornare. A scorrere i Rapporti del Consiglio Europeo, l'Italia sembra avere la maglia nera nella gestione della questione Rom. La lista delle "mancanze" italiane è lunghissima.

Contrariamente agli altri paesi della vecchia Europa, non abbiamo una politica certa sui documenti di identità e di soggiorno mentre in altri paesi, Rom e Sinti hanno la carta di soggiorno ed anche i passaporti.

Nonostante molti Rom e Sinti vivano in Italia da decenni, non hanno la cittadinanza, con il risultato che migliaia di bambini Rom nati in Italia risultano apolidi; gli stessi bambini non vanno a scuola e non hanno accesso all'educazione; non sono riconosciuti come minoranza linguistica.

L'Italia, soprattutto, continua ad insistere nell'errore di considerare queste persone nomadi segregandole in campi sprovvisti dei servizi e diritti basilari mentre sono persone a tutti gli effetti stanziali.

domenica 25 aprile 2010

Andar per fascisti

Oggi, che è il venticinque aprile, mi era venuta l'idea di fare come ai vecchi tempi, pigliar su spranghe e bastoni e andar per fascisti, solo che Gino mi fa:
- Sei matto, adesso giran tutti con la scorta, con l'auto blu, si rischia grosso.

(spinoza.it)

martedì 20 aprile 2010

I Rom non rapiscono i bambini

Un'indagine condotta dalla Fondazione Migrantes, organizzazione della Cei che opera nei campi Rom, smentisce con decisione la percezione popolare della «zingara rapitrice».

Nei giorni della peste si gridava all'untore. Per secoli gli Ebrei sono stati incolpati di sacrificare bambini per riti di sangue. I Romanì invece sono ancora accusati di rapirli. Specialmente le donne, che indossando lunghe e larghe vesti potrebbero nascondere a meraviglia i piccoli gagè – cioè gli «altri», i non-Rom, rapiti alle loro madri in un mercato, in una via brulicante di persone o addirittura nella cameretta del neonato dopo esservi penetrate con una scusa.

Talvolta il «senso comune» contro la popolazione Romanì fa comodo per sviare le indagini su un delitto abominevole di pedofilia in famiglia o più banalmente per nascondere un incontro con l'amante. Questi non sono casi di fantasia e di colore narrativo. Gli spunti provengono dall'esame minuzioso e scientifico che Sabrina Tosi Cambini, ricercatrice dell'Università di Siena, ha condotto su quaranta casi di presunto sequestro o sparizione di minore, soffermandosi su sei di loro per i quali si è sviluppato un procedimento penale. "La zingara rapitrice" fa parte di una più ampia ricerca commissionata dalla Fondazione Migrantes al Dipartimento di Psicologia e Antropologia culturale dell'Università di Verona, cui hanno partecipato il Prof. Leonardo Piasere, quale direttore, e Carlotta Saletti Salza curatrice dello studio sugli affidamenti e adozioni di minori Rom o Sinti.

I casi sono stati individuati e analizzati partendo dall'archivio Ansa e arrivando alla consultazione dei fascicoli dei Tribunali, adottando, oltre a quella giuridica, più prospettive: etnografica, dell'antropologia giuridica ed etnometodologica. Il risultato principale è che non esiste nessun caso in cui si è commesso un rapimento. Nessun esito, infatti, corrisponde ad una sottrazione dell'infante effettivamente avvenuta e provata oggettivamente. Anche laddove si apre un processo, il fatto contestato è sempre qualificato come delitto tentato e non commesso, le cui circostanze aprono ad una complessa valutazione - all'interno della quale possono a volte far capolino le categorie del senso comune - dell'esistenza o meno della volontà dolosa. Comparando i casi studiati è possibile notare il ricorrere di poche variabili sia per quanto riguarda gli attori coinvolti che le dinamiche.

domenica 18 aprile 2010

★ Sofia e i sindacalisti

- Ma non puoi fare nulla per la situazione in ufficio?
- E che altro dovrei fare? Quando c'era da farsi il culo me lo sono fatto, quando c'era da mettere i bastoni fra le ruote pure, poi lo sai come lavoro, non si è mai lamentato nessuno, anzi.
- Si, lo so, infatti è questa la cosa strana.
- Forse dovrei smettere di mandare affanculo i sindacalisti.
- Eddai, basta con queste parole a tavola che c'è Sofia!
- Hai ragione: scusa Sofia se ho detto "sindacalisti".

mercoledì 14 aprile 2010

Il maiale con lo smoking

Alla fine non è vero niente che il federalismo ci darà automaticamente meno spesa sperperata e più controllo su un fisco giusto ed equo e su una spesa oculata.

È esattamente il contrario, soprattutto in un Paese che non ha una cultura e un senso dello stato perché è uno Stato troppo recente. Ed è uno Stato, lo sappiamo bene, nato per iniziativa di una ristretta élite che di fatto ha imposto l'Unità d'Italia a un Paese che non la voleva.

Esattamente come poi una ristretta élite, chi di voi ha letto "Il ritorno del principe" di Roberto Scarpinato e Saverio Lodato lo sa, nel 1946-1948 ha imposto al paese una Costituzione molto più avanzata delle culture dominanti di quel Paese.

La nostra Costituzione è una specie di camicia di forza, è una specie di smoking elegantissimo messo indosso a un maiale. Che infatti, da sessantatre anni, sta cercando di liberarsi di principi altissimamente liberali come quelli contenuti nella nostra Costituzione.

(Marco Travaglio, Passaparola)

lunedì 12 aprile 2010

La pena di morte in Italia [01]

Non parlo di quella abolita da Leopoldo I Granduca di Toscana nel 1786. Né di quella scomparsa dai codici di procedura penale relativamente al tempo di pace nel 1947. E nemmeno di quella cancellata anche in tempo di guerra nel 1994.

Mi riferisco a questa pena di morte:


  • Pierpaolo Ciullo, 39 anni - 2 gennaio - carcere di Altamura, asfissia con gas;
  • Celeste Frau, 62 anni - 4 gennaio - carcere Buoncammino di Cagliari, impiccagione;
  • Antonio Tammaro, 28 anni - 7 gennaio - carcere di Sulmona, impiccagione;
  • Giacomo Attolini, 49 anni - 8 gennaio - carcere di Verona, impiccagione;
  • Abellativ Sirage Eddine, 27 anni - 14 gennaio - carcere di Massa, impiccagione;
  • Mohamed El Aboubj, 25 anni - 16 gennaio - carcere S. Vittore di Milano, asfissia con gas;
  • Ivano Volpi, 29 anni - 20 gennaio - carcere di Spoleto, impiccagione;
  • Cittadino tunisino, 27 anni - 22 febbraio - carcere di Brescia, impiccagione;
  • Vincenzo Balsamo, 40 anni - 23 febbraio - carcere di Fermo, impiccagione;
  • Walid Aloui, 27 anni - 23 febbraio - carcere di Padova, impiccagione;
  • Rocco Nania, 42 anni - 24 febbraio - carcere di Vibo Valentia, impiccagione;
  • Roberto Giuliani, 47 anni - 25 febbraio - carcere di Rebibbia (Roma), impiccagione;
  • Giuseppe Sorrentino, 35 anni - 7 marzo - carcere di Padova, impiccagione;
  • Angelo Russo, 31 anni - 10 marzo - carcere di Poggioreale a Napoli, impiccagione;
  • Detenuto italiano, 47 anni - 27 marzo - carcere di Reggio Emilia, asfissia on gas;
  • Romano Iaria, 54 anni - 3 aprile - carcere di Sulmona, impiccagione;
  • Detenuto italiano, 39 anni - 7 aprile - casa circondariale di Benevento.
    impiccagione.

Nel 2010 sono già diciassette i detenuti morti suicidi in carcere. L'elenco è di Metilparaben, che lo tiene costantemente aggiornato.

mercoledì 7 aprile 2010

La pena di morte in Bielorussia [News 01]

Due uomini sono stati messi a morte in Bielorussia. Secondo fonti provenienti dal paese, Andrei Zhuk e Vasily Yuzepchuk sono stati uccisi a Minsk intorno al 18 marzo. Ora i familiari sperano nella restituzione dei corpi da parte delle autorità.

È stata la madre di Andrei Zhuk a ricevere da una guardia carceraria la notizia che il figlio, insieme all'uomo con cui condivideva la cella, era stato messo a morte. La comunicazione ufficiale dell'avvenuta esecuzione invece può arrivare dopo settimane o anche mesi.

I corpi dei condannati non vengono mai restituiti ai loro familiari per la sepoltura, ma sono invece sepolti in segreto in un luogo che non viene mai rivelato ai parenti. Inoltre, ai familiari non sono restituiti gli effetti personali dei condannati.

Amnesty International ha lanciato un appello per chiedere alle autorità bielorusse di restituire i corpi di Andrei Zhuk e Vasily Yuzepchuk alle loro famiglie per la sepoltura e per stabilire una moratoria immediata sull'uso della pena di morte.


La Bielorussia è l'unico paese in Europa che ancora utilizza la pena capitale. Nel 2009 non erano state eseguite condanne a morte. Il presidente Aleksandr Lukashenko, per anni isolato dalla comunità internazionale, è stato recentemente elogiato dal governo italiano.

lunedì 5 aprile 2010

Invasioni di campo

Senza rientrare in una polemica che si è già fatta infinite volte su queste pagine, dico soltanto che la Chiesa in queste elezioni ha svolto la parte di una massa di spettatori che invade il campo da gioco mentre la partita è già in corso.

Nelle gare sportive, quando fatti del genere si verificano, l'arbitro sospende la partita e squalifica il campo di gioco. Nel nostro caso il campo di gioco è lo spazio pubblico riservato alla Chiesa per propagandare liberamente le sue idee ma non per tirare sassi e petardi contro i giocatori.

Questo ha invece fatto la Chiesa e questo comportamento avrebbe dovuto essere squalificato dalle autorità che rappresentano la laicità dello Stato. Ottenerlo da un governo come quello che ci sgoverna è impossibile, ma denunciarlo è necessario. Si somma alle infinite altre inadempienze e fa parte della sua necessità di legittimarsi di fronte alla Chiesa.

(Eugenio Scalfari, repubblica.it)

sabato 3 aprile 2010

La pena di morte in Giappone [News 01]

L'85,6% della popolazione giapponese è favorevole alla pena di morte. Questi i dati di un sondaggio del governo nipponico. Circa tremila gli intervistati, tutti con più di vent'anni di età.

Interessantissime le motivazioni alla base della scelta: il 54,1% del campione cita i sentimenti delle vittime e dei loro parenti che "non potrebbero trovare soddisfazione" in caso di abolizione, mentre il 53,2% ritiene che i responsabili di crimini atroci "debbano pagare con la propria vita". Il 51,5% degli intervistati, infine, sostiene che se la pena di morte venisse abolita si assisterebbe all'aumento dei crimini più gravi.

Rispetto allo stesso sondaggio effettuato nel 2004 c'è stato un incremento del 4,2% dei favorevoli alla pena di morte.

Solo il 5,7% ha dichiarato di essere contrario alla pena di morte e di questi la metà sostiene che i criminali debbano essere tenuti in vita e soffrire per ciò che hanno commesso.

Nonostante il netto schieramento della popolazione a favore della pena capitale, il nuovo governo a guida Democratica sta tentando di avviare una riflessione sul tema: il ministro della Giustizia, Keiko Chiba, storica sostenitrice di Amnesty International, ha assicurato che favorirà un dibattito pubblico e si muoverà con prudenza prima di prendere decisioni importanti.

Nel 2009 sono state sette le esecuzioni registrate in Giappone, quindici quelle nel 2008.