venerdì 22 ottobre 2010

Un posto in banca

(non lavoro in Unicredit, ma funziona così anche da me ed è una vergogna)

L'Unicredit si è impegnata con i sindacati a privilegiare le assunzioni dei figli dei dipendenti, purché la prole sia laureata e in grado di spiccicare un po' d'inglese. Si tratta di un progresso formidabile: in tante altre aziende, e non solo bancarie, i figli prendono il posto dei padri anche se sono dei perfetti caproni (con tutto che si può essere perfetti caproni con una laurea e un paio di «how are you»). Il lavoro come diritto ereditario è uno dei cardini del nuovo medioevo e, oltre alla Casta dei politici, oggetto di esecrazione collettiva, ci sono cento, mille caste con l'iniziale minuscola, ma anch'esse con un mucchio di figli da sistemare. La mobilità sociale è uno splendido argomento di conversazione, come la meritocrazia. Ma appena ci si siede a trattare con il datore di lavoro, l'orizzonte etico si riduce precipitosamente al solito familismo amorale: mio figlio prima di tutti, anche di chi è più bravo di lui (dopotutto, chi sarà mai più bravo di mio figlio?).

Uno studente che non ha genitori in banca si starà probabilmente chiedendo il senso delle sue fatiche e se non gli convenga piuttosto intentare una causa di paternità a qualche dirigente dell'Unicredit. E chi il genitore in banca ce l'ha - e però magari desidera diventare carpentiere, flautista o costruttore di macchinine per i plastici di «Porta a Porta» - finirà per tarpare le ali alla sua vocazione perché il privilegio esercita un'attrazione fatale a cui soltanto i puri di cuore e di intelletto (altrimenti chiamati «matti») riescono a sottrarsi.

(Massimo Gramellini,
Buongiorno)

Il commento di un lettore:

L'italiano è un essere meraviglioso. Da una parte riesce a trovare perfettamente naturale passare il proprio posto di lavoro (o azienda di famiglia) ad un perfetto idiota solo perché proprio figlio. Dall'altro riesce a lamentarsi con stupore ed ingenuità di trovare negli uffici e nelle aziende una pletora di incapaci.


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