giovedì 5 agosto 2010

Strage fascista

Il 2 agosto 1980 L'Unità in edizione straordinaria intitolò «Strage fascista», quando si parlava ancora dell'esplosione di una caldaia. Il comune di Bologna, che ricostruì i luoghi esattamente come erano un attimo prima, in tempi di record, mise una lapide con tutti i nomi e l'età dei morti e la intitolò alle vittime del «terrorismo fascista». Avevano ragione sia il giornale che il comune. [...]

Appena pochi mesi dopo l'attentato, per ordine di un certo Licio Gelli di cui allora nessuno conosceva l'esistenza, ma la cui P2 collezionava una bella fetta dei vertici delle istituzioni italiane, alti ufficiali del servizio segreto militare (allora si chiamava Sismi) collocarono una valigia piena di esplosivo, sul treno Taranto Milano. I carabinieri, insospettiti, la trovarono. Toh, era lo stesso esplosivo usato per la strage di Bologna e nella valigia c'erano due biglietti aerei internazionali intestati a due neonazisti, un francese e un tedesco. Ma che bravi. Sapevano qual era l'esplosivo. Sapevano che le indagini avevano già individuato gli attentatori materiali e l'ambiente (il loro) che li aveva guidati fino a mettere una valigetta nella sala d'aspetto di seconda classe della stazione di Bologna, con un timer di circa venti minuti di tempo, il tempo necessario per scappare. Ma adesso quella scoperta li avrebbe scagionati. Pensavano. Ad organizzare tutta la messa in scena non furono due infiltrati, ma un generale e un colonnello. Vennero scoperti.

Questa era l'Italia di trenta anni fa. Due anni prima Aldo Moro (il più importante uomo politico italiano, che aveva portato il partito comunista nel governo e si apprestava a diventare presidente della Repubblica) era stato rapito dalle Brigate Rosse, tenuto 55 giorni nel centro di Roma e infine ucciso. Pochi mesi prima il più importante uomo politico italiano dopo Moro, Giulio Andreotti, era volato in gran segreto a Palermo per parlare a quattr'occhi con i capi della mafia siciliana e ne era uscito svillaneggiato. Un anno prima, il più importante banchiere italiano, Michele Sindona, che custodiva i denari della mafia, aveva inscenato un finto rapimento per far credere che i comunisti lo volevano morto. Trentacinque giorni prima, il 27 giugno, il volo Itavia Bologna Palermo era stato abbattuto in volo (81 morti) e tutto il governo si era dato da fare per dire che si era trattato di un incidente. Quattro giorni dopo, il 6 agosto, a Palermo era stato ucciso dalla mafia il procuratore capo di Palermo, Gaetano Costa. Si era fermato ad una bancarella di libri usati, ma lo seguivano due killer in motocicletta. Trentotto giorni dopo, il dieci settembre l'amministatore delegato della Fiat, Cesare Romiti annunciò che voleva licenziare 15.000 operai della Fiat, accusati di essere indisciplinati, praticamente dei terroristi, e di lavorare troppo poco. Poi a novembre arrivarono i tremila morti del terremoto in Irpinia. E voi direte: sì, ma quello fu un fatto naturale. Vero, ma è anche vero che fu l'occasione che permise alla camorra napoletana di acquistare una bella fetta di potere economico nel meridione.

Che anno fu! Che si sono persi, per sapere di che pasta è fatta l'Italia, quelli che nel 1980 non erano nati o non avevano l'età per ricordare! Io mi ricordo che il capo del governo era allora Francesco Cossiga (poi diventato addirittura presidente della Repubblica), che nel corso degli anni si fece conoscere per stravaganti affermazioni. Che l'ubicazione della prigione di Moro era a conoscenza dei vertici del Pci e della Cgil, (lui all'epoca era il grottesco ministro degli Interni che avrebbe dovuto salvare il prigioniero); che i pubblici ministeri antimafia erano dei cretini pericolosi, che la massoneria era una meritevole associazione, che lui da giovane aveva preso le armi per lottare contro il comunismo, e che la strage di Bologna era stato un banale incidente di percorso nel trasporto d'armi del terrorismo palestinese.

Nel 1980 scoprimmo che, qui da noi, si poteva mettere una bomba in una stazione ferroviaria nel giorno in cui tutti prendono il treno per andare in vacanza. E non sapevamo che i nostri servizi segreti fecero di tutto per salvare i colpevoli dell'attentato. E ancora adesso lo fanno.

Nel 1992-1993 (quindi appena dodici anni dopo), visto che c'era stato il precedente della stazione, si pensò che in Italia si potesse andare oltre. Nel giro di soli sette mesi vennero fatte saltare un'autostrada, un quartiere popolare, due chiese storiche, una galleria d'arte a Milano, la più famosa collezione di dipinti a Firenze. Fu la mafia, no? Fu quel contadino analfabeta detto 'u curtu, no? Non proprio. Vi propongo qui un'istantanea di quei tempi: notte del 27-28 luglio 1993. Riunione d'emergenza del governo presieduto da Carlo Azeglio Ciampi. Oltre alle bombe, il paese è paralizzato da giorni da uno sciopero generale degli autostrasportatori, le merci scarseggiano nei supermercati. I ministri scoprono che da Palazzo Chigi non riescono a comunicare telefonicamente con l'esterno: tutte le linee sono bloccate… Poco prima è stata data notizia di un'automobile piena di esplosivo parcheggiata in piazza Colonna, a cento metri da palazzo Chigi. La macchina è stata resa innocua da un robot antiterrorismo. Ciampi reagisce con coraggio riconoscendo le vecchie e le nuove mani che guidano l'attacco. Decide allora di partecipare alla commemorazione della strage di Bologna del 2 agosto. Dove, di fronte "a un attacco complessivo a tutti i poteri dello Stato", dirà: «Nessun compromesso è possibile, né con il passato, né con chi cercasse di condizionare l'avvenire. Ce lo impedirebbero i nostri caduti: quelli di oggi, quelli di Bologna del 2 agosto 1980».

(Enrico Deaglio, l'Unità)

2 commenti:

  1. Credo che in nessun'altra democrazia siano stati innalzati cosi' tanti muri di gomma per infognare ogni inchiesta su terrorismo e stragi di stato, nemmeno la piu' forte delle scosse avrebbe causato vittime.
    E' chiaro che la massoneria è dietro TUTTO, ma chi puo' indagarvi se persino parte della magistratura e' collusa?

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  2. Democrazia? :P
    Un altro bello scandalo è il segreto di stato, questi decidono anche cosa dobbiamo o non dobbiamo sapere.

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